L’artista annota accanto al titolo la data “1922”, ma forse il quadro è stato dipinto nell’anno successivo. La sua prima apparizione certa si colloca alla fine del 1924, quando Donghi è invitato a esporre nell’importante collettiva “Venti artisti italiani”, curata da Ugo Ojetti a Milano. Il soggetto è scelto in un ambito popolaresco, molto “romano”, e tuttavia viene trattato con una vena di monumentalità classica, trasformando le pose quotidiane delle figure sulla base di modelli desunti dalla pittura cinque-seicentesca. La capacità di trasformare la quotidianità in evento plastico colpisce i critici attenti al lavoro di Donghi fin dalle prime apparizioni. Scrive Mucci, recensendo la mostra da Bragaglia del 1924: “Senza dubbio l’elemento più interessante della pittura donghiana è quell’apparire inatteso e improvviso, di un aspetto tipico, delle figure tendenti al centro della terra ognuna col suo particolare peso, ingenue e fresche come le prime esistenze del mondo appena creato”. Mucci fa intravedere anche un sottofondo politico in questi dipinti: “Se, dato quanto i futuristi divenuti fascisti e i fascisti fatti futuristi vanno assicurando, sono caratteristiche dell’era nuova l’aristocraticismo e li dinamismo, nessuno è più del pittore Donghi ‘anacronistico e fuori tempo’, come ebbe una volta a scrivere Vincenzo Cardarelli a proposito di Leopardi. (…) in sede estetica mi azzardo a dichiarare che di fronte all’aristocrazia e al dinamismo di un artista futurista preferisco cento volte il democraticissimo e immobilissimo Donghi, il quale ora espone da Bragaglia le sue tele francamente statiche e popolaresche.” Di certo Donghi, profondo ammiratore della pittura di Caravaggio e di Annibale Carracci, compie nei confronti dei suoi soggetti una operazione analoga, innalzandoli dal piano della pittura “di genere” a quello di una dignità formale che corrisponde a una profonda partecipazione sul piano umano. Inoltre il suo repertorio di soggetti attinti dalla strada non può essere in alcun modo confuso con le intenzioni retoriche con cui la pittura dell’incipiente Novecento si rivolgerà al mondo popolare.

Le opere digitali di NuvolaProject traggono ispirazione dall’opera, dalle parole dell’autore, rintracciate in testi e interviste e dalle osservazioni e riflessioni che la critica, soprattutto quella contemporanea alla realizzazione dell’opera, ha suggerito.

Testo dell'opera digitale

Testo di Gaia Riposati – NuvolaProject

Terrazza Romana, spiraglio di aria nell’intrico della vita,
piano orizzontale fra i muri e le linee dei tetti, dei fatti, a un soffio dal cielo, che non vola.

Due donne, colonne del giorno, stendono i panni che hanno lavato, sono quello che fanno.

Il corpo, peso rotondo della vita, stagliato nel sole, gnomone che segna un tempo e un senso sospeso sulla meridiana della Storia, che non è fatta di eroi.

Lei è parte della città, fatta della stessa materia e dello stesso spirito, ocra nell’ocra, solida, morbida e forte.

La donna che le è difronte ne è specchio, rivela l’affiorare segreto di un sorriso, sornione, di chi sa, nascosto in un angolo di quello sguardo che si sguarda, di quelle labbra chiuse che scelgono di non dire, lei non cancella la parola,
anzi la cova.

Stringe il lenzuolo, lo torce, lo strizza, così senza più traccia di retorica, può essere steso.
Il lenzuolo nasconde, eppure si fa schermo della proiezione per il pensiero, ciò che non si può mostrare ma di cui nel nasconderlo si afferma la scandalosa esistenza.

Ogni dettaglio è segno anche di quello che non c’è.

(la donna canta uno stornello romano)

Fiore di gelsomino
A Roma s’è fermato er Ponentino
Fiore di lillà
O vedi che nun se po’ più fiatà